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Lettera a mia madre, la fata dei miei sogni.

Da quando ho avuto la nomina all’INPS la mia vita è cambiata. Mi sento più grande, come se avessi saltato il fosso.

Vivo a Cuneo in un bilocale nei pressi della stazione. Pago un affitto consistente perché non ho voluto dividere con nessuno la mia prima libertà. Non ho più tempo per scrivere racconti e scioglilingua, tantomeno per la ginnastica e i divertimenti in genere.

Il lavoro di impiegata è niente male, due rientri a settimana, sabato e domenica quasi sempre foto porno. Mi dispiace non aver potuto portare il pianoforte qui, mi avrebbe sicuramente fatto compagnia. Quando torno dal lavoro mi manca la musica e l’amore.

Maurizio mi sta aspettando a Caserta mentre io aspetto il trasferimento.

Penso non ci vorrà molto. Nel frattempo mi esercito ai fornelli e nei lavori domestici, per noi donne la casa è impegnativa, ora me ne sto rendendo conto davvero. Da bambina prendevo in giro Cenerentola, oggi vorrei sentirmi una principessa come lei, invece di una casalinga che legge l’oroscopo dei segni zodiacali e ha come passatempi le conte dei piccioni, ascoltando le canzoni di Gigi D’Alessio.

Una vicina di casa, l’amica più cara che ho qui a Cuneo, mi ha invitato più volte a ricamare con lei e a frequentare il corso che segue il giovedì pomeriggio; questa donna è una vera potenza, le sue ricette sono eccellenti perché cucina con passione, i dolci non sono passatempi e le porno xxx buoni perché non sono arrangiati. Sa lavorare bene ai ferri, sa cucire a punto croce e riesce a creare proprio di tutto. Ho sempre pensato che i lavori di cucito avessero degli schemi spiegati nei libri e invece, da quando conosco Anna, ho imparato che le idee non hanno tecnica.

Cartonaggio, cross stitch, decoupage, stencil sono tutti nomi sconosciuti per me, in teoria occorrerebbe trovare la voce corrispondente nel prontuario ed ecco la guida per capire. E invece…

Anna mi ha spiegato che i trucchi ci sono per ogni arte o mestiere, anche per togliere le macchie servono suggerimenti che a volte si rivelano molto utili. Anna mi ha insegnato il linguaggio dei fiori e il significato dei colori; ella ha una risposta a tutte le mie curiosità e le sue frasi hanno il sapore dell’amicizia.

Biglietti con disegni, pacchi regalo, fiocchi e torte con decorazione, tutto mi sono inventata appena l’ho conosciuta per attirare la sua attenzione. Le ho dedicato anche delle poesie ma non mi sono mai bastate per esprimerle quello che sentivo. E pensare che bastava così poco per avvicinarmi a lei.

Eppure, ad essere sincera, mi rammarico di non essere stata abbastanza attenta ai suoi consigli e, quando resto da sola a fantasticare sul matrimonio, il solo pensiero di smacchiare il collo delle camicie di Maurizio mi preoccupa. Anche le macchie di sporco in cucina e la normale pulizia di casa mi spaventa, davvero non so come farò quando tornerò a Caserta e mi sposerò, Anna non verrà certo con me.

Dopo otto anni insieme, io e Maurizio, riusciamo a continuare bene anche da lontano. Siamo divisi da quando lavoro in ufficio, praticamente da sette mesi, ma ci sembrano già tantissimi. A volte penso che io e Maurizio siamo invincibili.

Non vedo l’ora di andare a vivere con lui anche se un pensiero costante mi sfiora di nostalgia, mia madre.

Come un sogno non realizzato, un aquilone mai spiegato in volo. Ho sempre avuto timore di farlo volare, era difficile trovare l’attimo giusto tra l’alzarsi del vento e il lancio dell’aquilone. Da bambina restavo sempre con l’aquilone tra le mani, con la voglia insoddisfatta di vederlo aprirsi con tutti i suoi colori, che non potevo vedere mai completamente. In volo gli aquiloni sembrano più vivaci perché i colori si stendono per intero, non come quando sono a terra, sgualciti tra le mani dei bimbi.

La parola ‘acquilone’ è stata lo scherno della mia infanzia, ricordo che una volta, in un tema, scrissi aquilone con cq; la maestra mi sottolineò l’errore tre volte con la matita rosso-blu e, puntualmente, mia madre mi rimproverò “è un errore così stupido” – mi disse – “aquilone si scrive con la q, altre parole vogliono la cq, potevi evitarlo!”

Che delusione fui per mia madre e per la maestra poi, con la quale non si poteva sbagliare altrimenti era una figuraccia, così sosteneva mia madre perché lei per prima aveva paura della professoressa Agata, che alla prima comunione mi regalò la computisteria di porno gratis.

E noi alunni piccoli e uguali, tra i banchi di scuola, pieni dei nostri concetti infantili, pieni di meraviglia di fronte alla lavagna che odorava di gesso, con la cartina dell’Italia che ci sembrava enorme, come lo stivale di un gigante lasciato in mare senza un perché. Quando la maestra ci interrogava sui nomi dei mari, tutti avevamo un gran paura: nessuno riusciva mai a ricordare i nomi degli oceani.

Anche mia madre – mi raccontava – da piccola aveva paura delle maestre a scuola, lei però era davvero turbolenta! Una volta – mi raccontò – quando lei era bambina combinò una marachella davvero interessante…

Non aveva studiato la matematica e, giunta la maestra in classe, mia madre iniziò ad avere paura di essere interrogata. Allora, mise subito in atto il suo piano… iniziò a balbettare parole senza senso alla sua compagna di banco, simulando il verso di una papera, ma la cosa insolita fu che la sua bocca era, improvvisamente, diventata un becco di papera formato da due larghe estremità di carta colorata gialla. Ovviamente – come da copione – la compagna di banco iniziò a ridere, la seguirono a turno gli scolari seduti ai banchi intorno e, poi, l’intera classe e mia madre fu, come lei aveva architettato, cacciata fuori dopo una severa sgridata.

Di mia madre, in fondo, mi dispiace; ha avuto una brutta storia.

Suo padre è morto in guerra dopo un anno di matrimonio, ed è scomparso lasciandola tra le grinfie di una vedova pazza che, anziché risposarsi e sfogarsi secondo il naturale istinto di sopravvivenza umano, ha pensato di dare fastidio continuamente a parenti ed amici.

In un paese caldo e sporco di spazzatura, fetido come l’inferno, un posto diviso dal resto del mondo, dove il ponte con la civiltà sembra essersi spezzato da un centenario.

Non come il paesino di mia nonna Maria, un villaggio somigliante ad un presepe, con le case piccole e abbarbicate sulla collina, dove abitava la famiglia di papà, in un casolare dal tetto alto col comignolo assopito, con le galline e i conigli e cinque moggi di terra vicino al fiume, dove un sabato scivolai su un grande masso facendomi male al naso, mentre saltavo da un sasso all’altro a caccia di trote con papà. Nonna Maria mi mise sul naso una borsa col ghiaccio, mi infilò un paio di calzini di mio nonno, mi avvolse in una coperta e mi salutò con il rosario in mano.

Nonna Maria mi preparava le patate sotto la cenere, mi prendeva l’uovo caldo dal pollaio e io la seguivo correndo tra le galline per farle svolazzare da una parte all’altra; ha sempre avuto la passione per i gatti, è una donna di paese, anche lei come se fosse rimasta vedova perché suo marito andò giovane in America a cercare fortuna, ciò nonostante, non ha mai commesso cattiverie nella sua vita, ha allevato figli e animali allo stesso modo ma con le migliori intenzioni, cercando di fare del suo meglio anche se aveva credenze popolari.

Alla fine anche mia madre, come tutti i miei amici a Caserta, mi aspetta il sabato per preparami la pasta al forno e il panettone, poche tra le sue specialità, oltre al gateau di patate e il baccalà alla vicentina. Da un po’ di tempo, però, il gateau mi piace con il latte, il baccalà puzza e preferisco il plum cake. I gusti cambiano con l’età senza per questo disdegnare la pasta al forno che, in fondo, è leggera secondo la ricetta di donna Angela. Mia madre si chiama Angela, come sua madre.

Mia nonna Angela, è una vecchia avida di denaro, ha la pelle bianca come la morte e un sorriso a denti finti sul volto scarnificato. E’ alla fine dei suoi giorni, forse.

Ha vissuto una vita dannata, non so proprio cosa raccontare di lei, a parte che voleva rimpinzarmi di cibo come aveva fatto con sua figlia. Le piaceva l’orzo, la fresella bagnata, la liquirizia e mi cucinava sempre la carne arrostita; sembrava una strega in una torre di corvi. Non mi faceva cucinare né mettere disordine, in quella casa che sembrava un santuario; potevo solo disegnare sui quaderni che mi portavo da casa con le mie matite e osservare le immagini delle sue stanze macabre.

L’unica cosa bella era la foto di mio nonno in uniforme militare, col pennacchio sul cappello e un fisico statuario. Ho sempre desiderato che mio nonno non fosse mai morto per salvare mia madre, aiutarla a crescere ed amarla, che fosse stato vivo per giocare con me all’aria aperta nel giardino intorno alla casa di mia nonna, arso dal sole che scottava la pelle quando mi affacciavo sulla ringhiera del balcone, accanto ad una povera pianta senz’acqua, la barba di S. Giuseppe come la chiamano da quelle parti, che mi faceva pena perché sembrava la testa decollata del santo.

Per mia nonna materna provo un sentimento troppo indefinito per distinguerlo dalla rabbia o dall’odio, mia madre invece l’ama e la odia, non si capisce bene.

Anche mia nonna è impaziente per il trasferimento e chiede sempre di me a mia madre che scoppia d’ansia quando va a trovarla, per paura di essere giudicata ed essere messa ‘sull’attenti’. Mia madre, pur aspettando il mio trasferimento, non potrà mai parlargliene perché sua madre non l’ascolterebbe, e allora mi telefona accusandomi di trascurarla, dicendomi che non mi trasferiranno mai e una serie di cose che mi rinfaccia da anni, anche se non è vero niente. Non ho mai capito perché mi ha sempre scaricato addosso una catena di guai, oggi mi rendo conto che me li lascia in eredità insieme ai soldi di sua madre.

Ultimamente, quando sono tornata a casa per le ferie, io e mia madre eravamo sul balcone, lei leggeva i suoi libri di ricette e io cercavo di lavorare all’uncinetto, quando mi ha detto “Silvia ma come fai a cavartela da sola lì a Cuneo!”

“Non devi stare in pensiero per me mamma, non più almeno!” le ho risposto, anche se sono parole inutili, mentre cercavo di fare la catenella che mi veniva irregolare e nodosa.

Non ho mai avuto la pazienza di imparare a lavorare a mano, tranne quando mia madre mi trascinò su un pizzo di montagna della Sicilia a trovare una zia bislacca di mio padre, lì imparai a lavorare a chiacchierino. Fui caparbia, determinata fino a farmi gonfiare l’indice destro e il pollice sinistro, per far scorrere quel filo tagliente; tutto questo feci per non impazzire di noia, lì c’erano solo quattro casupole e un caldo soffocante, un bar e un videogiochi antiquato, un telefono a gettoni e un parrucchiere chiacchierone che volle per forza schiacciarmi un punto nero nell’orecchio; ecco perché fui costretta a fare quello che facevano le ragazze della mia età e quelle più piccole, ‘travagliare’ dallo spuntare del sole al tramonto.

Mia madre ha sempre avuto poca pazienza per i lavori a mano, preferiva deprimersi come fa di solito a dire che il posto era triste e desolato, che la zia era una iena e che voleva andarsene al più presto da lì. Frattanto, in attesa che donna Angela prendesse una volta per tutte una decisione, imparai gli anelletti e i pippiolini, dopo aver fatto un giro sul Vespone di mio cugino su una stradina a strapiombo sul mare, stretta al suo giubbino con la scusa dell’emozione. I giorni seguenti imparai a fare gli archi con due spolette, scendevo di buon mattino a comprare le navette dall’unica merceria del paese vicino alla fermata dell’autobus che faceva una sola corsa al giorno. Nei miei pensieri più spinti pensavo che Gigi, anche se era mio cugino, era comunque carino, e che era lunatico e malinconico perché aveva perso suo padre da bambino, ma che mi piaceva quando il pomeriggio dopo pranzo ascoltava la musica in cuffia, sul letto in camera sua con le mani fra i capelli, dove io non potevo accedere e pensavo che se non fosse stato per mia madre, l’avrei baciato. Come alle feste dei compagni di classe dove non ballavo mai con nessuno per non farmi stringere, perché mia madre non voleva. Quanti ‘batticuori’ ho perso per lei, facevo sempre come lei diceva, le vicine di casa mi chiamavano la scimmia ammaestrata.

Ero sempre ubbidiente, più che altro sottomessa e non osavo contraddire mia madre, tantomeno fare qualcosa contro il suo volere o senza la sua approvazione.

Mia madre non potrà mai smettere di stare in pensiero anche se, da quando ho conosciuto Anna, sta molto più tranquilla.

Anna sono gli occhi della mamma ma non quelli di mia madre.

Mia madre è stata sempre diversa dalle altre mamme, è stata la mia corsa contro il tempo. Ancora oggi le corro dietro.

Qualche sera fa mi sentivo sola e dopo una giornata faticosa non mi andava di uscire, ho pensato a lei e ho sorriso, se fosse stata con me la serata sarebbe volata.

Anna, infatti, era andata al cinema a vedere uno dei suoi polpettoni d’autore in compagnia di un uomo sui quaranta dall’aspetto affascinante.

Ho messo su un CD di Mina e, accendendo una delle mie candele alla pesca, ho pensato di scrivere una “lettera alla mamma”.

La sua foto un po’ mossa e ‘annisettanta’ si è sgualcita perché è passato molto tempo da quando papà ce la scattò davanti al Santuario di Pompei, ma non si è mai sciupata nel mio cuore.

Ho preso la penna che mi regalò Anna all’onomastico e ho steso sul tavolo la carta con gli angioletti di Raffaello, sembravano ansiosi di portare messaggi d’altri tempi.

Non sapevo cosa dire alla mamma, a parte i soliti annunci che ci facciamo tutti i giorni al telefono. Ma a lei, non ho mai capito perché, ho sempre avuto mille cose da raccontare.

Ho iniziato a scrivere di getto mentre gli angioletti preparavano la carrozza delle mie attese, cigolando minuti da una parte all’altra dell’orologio. La lettera è scivolata giù in un baleno, come se stessi suonando una partitura già studiata. Una danza di colori.

Pochi minuti per raccontare mia madre, giusto il tempo di far bollire l’acqua per l’infuso al tiglio. Ho sempre creduto che per descriverla ci volesse tutta la vita, perché lei è stata la mia vita, mi ha riempito delle sue cose frammentate e se ne è andata dalla signora della porta accanto. Sembra una barzelletta, lei infatti è una macchietta e lo sono anch’io, addirittura sono più brava di lei, così dice la gente che ci conosce.

Ricordo tutte le nostre storie e i rimproveri che le facevo avere in ufficio quando mi portava con sé, perché battevo a macchina senza fogli o facevo chiasso con le sue colleghe. Anche mia madre ha lavorato all’INPS ma è andata presto in pensione per prendersi cura della mia adolescenza, questo ha sempre sostenuto.

Mia madre mi iscrisse ad una scuola privata perché usciva tardi dal lavoro, volle che andassi lì perché potevano tenermi fino al primo pomeriggio, soprattutto perché pensava che avrei imparato di più.

I bambini registrano tante immagini nei loro ricordi, interi album di fotografie e testi di discorsi con una rapidità impressionante. A scuola mi sono sempre divertita un sacco, ho fatto sempre baldoria e ho cercato sempre di farla franca. Studiavo poco ma andavo bene a scuola. Ero la portavoce di tutti gli scolari, il loro punto di riferimento, ma mi sono sempre sentita sola.

Oltre alla scuola, conservo altre fotografie dal mio album di famiglia…

Ricordo quando mia madre mi portava alle giostre. Faceva sorrisi di compiacimento a me temeraria che osavo le giostre più pericolose, ma non era convinta. Mi sorrideva per consuetudine. Una volta venne anche la polizia al Luna Park e lei, anziché spaventarsi laggiù, sbraitava piccolina per me che la guardavo dall’alto dalla cabina ciondolante dell’Enterprise. Improvvisamente la porta si spalancò, un ingranaggio si ruppe e la maniglia si sganciò. Per fortuna di lì a poco si risolse tutto, il macchinista rallentò la corsa e la fece terminare. La giostra si fermò e io rimasi immobile, stretta alla maniglia interna della cabina mentre guardavo la folla in agitazione e mia madre pronta a rimproverarmi perché ero salita su quella giostra maledetta. Di lì a poco, infatti, fui io a dover rincuorare lei spaventata, mentre avevo avuto tanta paura perché giù c’era lei che mi guardava, ma non mi dava sicurezza, perché gesticolava contro tutto e tutti e fui triste di non potermi aggrappare alle sue certezze. La mia paura fu solo quella di non poterla riabbracciare, se avessi fatto un volo da lassù.

“…Rotonda di sorrisi e acuta di considerazioni, una mamma da abbracciare, che se non ci fosse stata la si sarebbe dovuta inventare…”

E’ stato questo il sogno della scorsa notte, una mamma aliena che stava sempre con me, dentro i miei pensieri e nelle mie emozioni.

Alle elementari la suora ci faceva fare un sacco di temi sulle cose più varie, la famiglia, i cuccioli, gli hobby, lo sport. Anche quello sulla mamma non mancava mai.

E ricordo una grande impotenza mista a dispiacere di non poter dire tutto quanto avrei voluto, come ora vorrei, sulla mamma che assumeva contorni evanescenti ogni volta che tentavo di descriverla. Sembrava un fantasma, madre di cento figlie disperse per il mondo, ognuna da aiutare, ma nessuna di queste ero io.

Vorrei che lei fosse stata dentro di me per far vivere i miei pensieri, e invece si replica in tutto ciò che faccio e dico, in maniera automatica, cieca e distruttiva per i miei piccoli fiori che sto cercando di allevare, giorno dopo giorno. Le somiglio molto, anche nel fisico e nelle movenze, mi domando ancora cosa e se pensa di me.

Vorrei che la nostra storia fosse stata un patchwork, un po’ baby e un po’ naïf, anziché un puzzle coi pezzi mancanti.

Uno degli scorsi fine settimana a Caserta, mi svegliai di soprassalto nel pieno della notte; avrei voluto che mia madre chiacchierasse un po’ con me, come da piccola volevo le fiabe ma, ancora una volta come allora, ella non riuscì a contenere il mio disagio. Era stress, insonnia o forse solo voglia di coccole. Allora ha iniziato a dirmi di papà che saltella per casa dandole fastidio, della vecchia madre arteriosclerotica ma ancora arcigna, e di me che la faccio stare in pensiero ma che, nonostante i suoi problemi, mi vuole sempre bene.

Questa risposta, però, me la sono fatta replicare alla solita domanda “Mamma, ma mi vuoi bene?” alla quale lei sbuffando ha detto “…e sì!”

Tra sorrisi e sbadigli mi sono riaddormentata come un bebè, sapendo di averle chiesto, per una vita, sempre la stessa cosa e di averla esaurita.

Ora non sono più sciocchezze i nostri discorsi perché mia madre è ormai adulta, una signora di mezza età accanto a me che tra un po’ prendo casa e marito. Sfioro i trenta insieme a lei che mi sta doppiando come in un circuito automobilistico. Ormai sono grande, mi ripeto, anche se quando vedo un fiore o sento una musica mi emoziono come una bimba, perché Anna mi ha insegnato a farlo e abbraccia le mie lacrime, senza badare che le bagno il maglione, e mi stringe dicendomi “Coraggio, guarda avanti!”

Non so se spedirò mai questa lettera, vorrei farla leggere a mia madre appena ci vediamo, perché non sono mai riuscita a nasconderle niente. Se gliela dessi la conserverebbe nel borsellino, per sentirmi vicina a modo suo, come quando alle elementari prendeva di nascosto i miei temi sulla ‘guerra’ e su ‘cosa farai da grande’ e li portava con sé nella borsa per mostrarli alle colleghe in ufficio.

Potrei infilarla sotto al suo piatto, insieme agli auguri, la sera di Natale. Le vacanze ce le daranno a breve, come lo scorso anno e finiranno anche presto, come sempre.

Solo che quest’anno ci saranno delle novità, io e Maurizio finalmente sposi, qualcosa cambierà ne sono certa. Manderemo cartoline da una nave da crociera e regaleremo confetti speciali ad Anna che ci farà da testimone alle nozze. Sarà una bella festa, penso che sia meglio non perdere altro tempo, ho gli ingredienti giusti e una serie di esercizi da fare quotidianamente per migliorare la mia vita.

Ho molta voglia di vivere bene e di cominciare tutto daccapo.

Pochi ma chiari obiettivi in un senso nuovo, mi ripeto da un po’ di tempo a questa parte, anche se mi servirà un euroconvertitore per sapere in lire l’ammontare del mio miliardo! Questa è una delle battute di Anna che ironizza sui miei propositi irrealizzati e che sarà tornata a casa ormai, si è fatto tardi ed è ora di dormire.

Vorrei che Anna leggesse i miei pensieri, al di là delle parole e dei racconti, mi dispiace aver usato male il suo affetto e aver pensato di annullare i miei errori sul suo muro di gomma; soprattutto mi dispiace non riuscirle a dare, ancora oggi, il bene che merita.

E’ deludente che i miei vuoti si siano amplificati con le parole che pensavo, invece, potessero riempirli; la fine dei racconti mi sembra quasi sempre scontata, ecco perché mi addormento con la voglia di trovare il sole, domattina, senza tante aspettative.

Ovviamente, dipende dai punti di vista. Sentire il profumo dell’inverno conservando le foglie dell’autunno, vedere le dimensioni delle cose attraverso i colori, sarebbe bellissimo, perché ognuno di noi ha un ideale, un sogno o una bella storia da raccontare.

Buonanotte alla fata dei miei sogni.